Il libro

L'arte di uccidere un uomoL’arte di uccidere un uomo

Presentazione di Giaime Alonge

L’arte di uccidere un uomo è un romanzo bellico-avventuroso, simile, almeno sul piano dell’intreccio, a certi libri di Ken Follett o di Frederick Forsyth. Gli ingredienti ci sono tutti: un pugno di mercenari, una missione apparentemente semplice ma in cui tutto va male, un difficile viaggio di ritorno. In qualunque film di guerra che si rispetti, dal Ponte sul fiume Kwai a Bastardi senza gloria, il piano va sempre a monte, altrimenti la storia non potrebbe appassionare lo spettatore.

Accanto al modello – al contempo cinematografico e letterario – del racconto di guerra, L’arte di uccidere un uomo ha anche un altro punto di riferimento, molto più antico, ovvero l’Anabasi di Senofonte. Il mio romanzo è un tentativo di riscrivere quella vicenda in chiave moderna. Al posto del principe Ciro c’è un capo-clan iracheno intenzionato a far fuori il fratello. Al posto della guerra del Peloponneso c’è la Guerra Fredda. E al posto degli opliti greci ci sono i veterani degli eserciti del Patto di Varsavia, uomini che hanno fatto il soldato per tutta la vita e che, alla caduta del Muro, avevano poche altre scelte oltre a quella di continuare a praticare il mestiere delle armi in qualità di mercenari. Il mio è un libro di reduci, un libro che parla della fine di un’epoca e della difficoltà di uomini cresciuti in un mondo scomparso ad adattarsi ai tempi nuovi.

Però, anche se la vicenda dell’Arte di uccidere un uomo è ambientata una decina di anni fa (la data precisa nel libro non è esplicitata, a sottolineare lo smarrimento dei suoi eroi, letteralmente fuori dal tempo, ma è chiaro che siamo intorno alla metà degli anni Novanta, dopo la prima guerra del Golfo e prima dell’11 settembre), in realtà parla di qualcosa di assolutamente attuale, di qualcosa che è emerso solo dopo l’invasione americana dell’Iraq nel 2003. L’arte di uccidere un uomo, infatti, tratteggia una piccola preistoria del fenomeno dei contractors, i “nuovi mercenari” che lavorano per le ditte militari private impiegate dal governo americano in Iraq e in Afghanistan. Dico “preistoria” perché la vicenda si svolge appunto prima che i media internazionali cominciassero a interessarsi al fenomeno delle società militari private, un fenomeno che prende forma all’indomani della fine della Guerra Fredda (a Est c’è la smobilitazione degli eserciti del Patto di Varsavia, a Ovest una profonda ristrutturazione degli apparati militari, che porta a un crescente coinvolgimento del settore privato), ma esplode soltanto con la guerra in Iraq. L’idea del libro nasce proprio nella primavera del 2004, durante la battaglia di Falluja, che si apre con l’uccisione, da parte degli insorti iracheni, di quattro contractors americani della società Blackwater, i cui corpi vengono bruciati e poi appesi a un ponte sull’Eufrate, un avvenimento che fa scoprire al mondo che in Iraq il Pentagono ha assoldato decine di migliaia di mercenari.