La morte di Pankov
Ho terminato la prima stesura dell’Arte di uccidere un uomo nel luglio del 2008. Tra l’autunno e l’inverno è seguita una seconda stesura, che non ha modificato in maniera sostanziale il testo: ho solo aggiunto alcuni capitoli, quasi tutti nella prima parte, per dare maggior spessore ai personaggi.
Non ho dovuto tagliare nulla che ritenessi particolarmente prezioso, come a volte capita nella redazione finale di un romanzo, o nel montaggio di un film. L’unica pagina che mi piaceva molto e che sono stato costretto a modificare è quella della morte di Pankov. Dato che il sergente Pankov è un personaggio simpatico, cui il lettore dovrebbe affezionarsi (quanto meno, io mi ci sono affezionato), era giusto fargli fare una bella fine. Così ho scritto la morte più aulica che mi riusciva, dove Pankov veniva accolto in una specie di Valhalla comunista. L’ho limata e ripulita a lungo, interrogandomi per ore sul verbo da usare a proposito della stella rossa sul basco di Fomin (brillare, rilucere, splendere, ecc.). Ma alla fine mi sono reso conto che, così come l’avevo scritta, assomigliava troppo alla morte di Jennings, che avviene a poche pagine di distanza. Due morti descritte in termini onirici, molto vicine l’una all’altra: non poteva funzionare. Così il povero Pannkov si è visto ridimensionare il respiro eroico della propria dipartita. Approfitto del sito per offrire ai lettori la stesura originaria della scena, che a me continua a piacere molto, anche se nel romanzo non ci poteva stare.
La morte di Pankov, prima redazione
I ricordi riaffiorarono come un conato di vomito. Pankov lanciò un urlo feroce: «Questo era per Kolja, porci schifosi!» Rapido, si ritirò dietro al masso. Immediatamente arrivò una pioggia di piombo, con un frastuono spaventoso ma inefficace. Pareva avessero solo armi leggere: niente mitragliatrici, né mortai. Annuì soddisfatto.
Sajanin era schiacciato contro un grosso albero. Accanto a lui, il cane fiutava eccitato l’odore della battaglia, le narici dilatate, spasmodiche. Imbracciò il Kalašnikov, si sporse oltre il tronco e sparò.
Pankov scattò veloce, cambiò posizione e tornò a puntare il fucile. Stringeva forte l’impugnatura dell’SVD. «Avanti, fatevi vedere maledetti maomettani», mormorò. Nel cerchio del mirino ne apparve un altro. Fece fuoco, troppo presto, impulsivo, e lo prese soltanto a un braccio. Biscicò un’imprecazione. Tra i denti, avvertì scricchiolare i granelli della sabbia dell’Afghanistan. Sputò e si lanciò verso un albero poco distante.
«Stai al riparo, imbecille!», gridò Sajanin.
Pankov non lo udì neppure. Correva tra le rocce, facendo attenzione a non scivolare sul terreno reso viscido dalla neve. Una bomba a mano gli cadde proprio di fronte, ma non esplose. Il vecchio soldato emise una risata rauca e saltò l’ordigno con il balzo agile e gioioso di un ragazzino. Aveva quasi raggiunto l’albero, quando una raffica lo investì in pieno.
Sotto il velo candido e freddo, il muschio era morbido. Pankov giaceva bocconi. A contatto con il corpo, la neve, leggera e bagnata, si era sciolta e un lato della faccia affondava in un soffice guanciale verde. La sensazione era piacevole. Poi arrivò il dolore. Si morse il labbro inferiore per trattenere un gemito e sollevò il capo. Aveva perso il fucile. Cercò di allungare una mano verso l’arma, ma il braccio non gli rispose, rimase inerte. Lasciò ricadere la testa. L’odore del sottobosco era dolce e intenso. Chiuse gli occhi e sperò che finisse in fretta. Trascorsero alcuni secondi, confusi, gelidi. All’improvviso sentì chiamare il suo nome. D’istinto, fece per alzarsi, anche se il cervello sapeva che era inutile. E invece questa volta braccia e gambe reagirono. Si rimise in piedi. Dalla vetta avevano smesso di sparare. Forse quei vigliacchi si erano ritirati. «Valentin!», udì nuovamente. Si girò. Una figura risaliva il pendio con l’andatura cadenzata della gente di montagna, ma il sole lo accecava e non riusciva a distinguerne il volto. «Valentin, finalmente!», disse ancora l’uomo. Pankov si mise una mano sulla fronte per ripararsi gli occhi e finalmente lo riconobbe: era il sergente Fomin, della seconda compagnia. «Kolja», balbettò Pankov sbalordito. «Muovi il culo. Il battaglione sta per mettersi in marcia», replicò l’altro. Ormai lo aveva raggiunto e lo osservava con aria divertita, come se gli avesse combinato uno scherzo di cui Pankov non si fosse ancora accorto. Al centro del basco di Fomin, brillava la stella rossa bordata d’oro.
«Quanti uomini abbiamo perso?», domandò Pankov.
Fomin sorrise: «Nessuno. Oggi non ne abbiamo perso nessuno».
Anche Pankov sorrise.
«Andiamo», disse Fomin, e si avviò verso il fondovalle. Pankov lo seguì.
Il sergente Valentin Fjodorovič Pankov era steso a terra, immobile. Il viso era sereno. La bocca sembrava sorridere.
